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Libri e film nella stanza dello psicoterapeuta: biblio e cinematerapia

STETOPELLICOLABTorniamo a parlare di libri e psicologia. Abbiamo visto quanto leggere romanzi alleni la capacità di “leggere la mente” degli altri, intuendone intenzioni, pensieri ed emozioni e migliorando la capacità di sintonizzarsi sullo stato emotivo degli altri (empatia). Ma il potere benefico della lettura non finisce qui. La narrativa di un romanzo o di un film in cui ci immergiamo ci può fornire delle "illuminazioni indirette", degli insight in cui poterci riconoscere e conoscere meglio. Insomma, un ottimo strumento per la scoperta di sé. In questa accezione libri e film possono essere di grandissimo aiuto allo psicologo nel setting clinico della terapia, diventando un territorio di incontro tra terapeuta e cliente. In apparenza niente di nuovo: insegnanti ed educatori lo sanno bene e utilizzano libri e cinema come “strumenti del mestiere”. Perché utilizzare in terapia libri e film? Forse per distrarre il cliente/paziente dalle proprie preoccupazioni? Tutt’altro. Libri e film possono fungere da trampolino di lancio per aiutare il paziente ad “immergersi” nel proprio problema, ma da una posizione di sicurezza: leggendo/vedendo la vita (e le eventuali problematiche) di altre persone, comodamente seduti sul divano.

Ma andiamo per gradi. Una tappa fondamentale di un percorso psicologico è la consapevolezza di sé e del proprio modo di stare al mondo (negli aspetti funzionali come in quelli disfunzionali). Ci rivolgiamo ad un terapeuta quando abbiamo un problema, che può configurarsi in un vero e proprio disturbo mentale oppure in una difficoltà ad affrontare un particolare momento del ciclo di vita che stiamo attraversando. Quale che sia il nostro caso, è fondamentale arrivare, grazie all’aiuto del terapeuta, a capire in cosa consiste il nostro problema, da quali fattori origina e perché si mantiene. La consapevolezza quindi precede e accompagna il cambiamento.

Non è però così semplice: molte persone arrivano in terapia con una grande confusione che rende difficile anche solo cercare di descrivere ad un altro-da-sé il groviglio interiore di pensieri, preoccupazioni e angosce che costituisce il problema attuale. Diventa di per sé terapeutico riuscire a dare un nome e quindi un senso a sintomi, comportamenti ed emozioni non altrimenti comprensibili e spiegabili.

Questa costruzione di senso viene fatta in terapia cognitivo-comportamentale attraverso il processo di psicoeducazione e si serve spesso di manuali di autoaiuto e specifici testi scritti. Perché allora, accanto al manuale teorico che aiuta il paziente a capire, non affiancare un bel libro o film che lo aiuti a riconoscersi, a rispecchiarsi? La seconda via, oltre ad informare, implica aspetti più profondi, emotivi e volitivi. E può essere più piacevole.

La narrativa di un romanzo o di un libro aiuta terapeuta e paziente a costruire un ponte tra conoscenza e consapevolezza, costruendo significato a ciò che risulta caotico.

Ma andiamo sulla pratica. Se viene in terapia una donna che sta attraversando il delicato momento di un divorzio ed è convinta che non riuscirà ad uscire dal suo stato di prostrazione, posso provare a fare “psicoeducazione” sulle fasi che seguono la rottura di una relazione affettiva, spiegandole che l’elaborazione di un lutto passa attraverso lo shock, la rabbia, la disperazione. Oppure, perché no, posso “prescriverle” la visione del film “I giorni dell’abbandono” di Roberto Faenza (2005) e poi successivamente la lettura di “Per 10 minuti” di Chiara Gamberale (2013).3 IMG_0507

Posso dialogare con i genitori di un adolescente “difficile” aiutandomi con la visione del film “Noi siamo infinito” di Stephen Chbosky (2012) oppure con i libri “Gli sdraiati” di Michele Serra (2013) e “Un giorno questo dolore ti sarà utile” di Peter Cameron (2007).

E ancora, sarebbe forse più agevole aiutare i familiari di un giovane paziente bipolare a comprendere meglio le “discese ardite e le risalite” che caratterizzano il mondo interno di chi soffre di questo disturbo leggendo alcuni passi de “La trama del matrimonio” di Jeffrey Eugedines (2011) o vedendo “Il lato positivo” di Silver Linings Playbook (2012).

Solo per fare alcuni esempi. Ovviamente in questi casi libri e film sono utilizzati come dei veri e propri compiti a casa (homework), che verranno analizzati insieme in seduta, diventando quindi parte integrante del processo terapeutico. Allargando l’orizzonte, cinema e letteratura potrebbero arricchire il percorso formativo degli aspiranti psicoterapeuti e psicologi, affiancati alle lezioni sulla psicopatologia. Il complesso, delicato e profondo processo dell’alleanza terapeutica tra paziente e clinico trova poetica espressione, oltre che sui testi tecnici, in “Will Hunting-Genio ribelle” di Gus Van Sant (1997) e in “Gente comune” di Robert Redford (1980). È proprio vero, cinema e letteratura fanno bene alla salute e non hanno controindicazioni!

Valentina Panella

Per saperne di più:

  • Coratti B, Lorenzini R, Scarinci A e Segre A. “Territori dell’incontro. Strumenti psicoterapeutici”, Alpes 2012
  • Elderkin S, Berthoud E. “Curarsi con i libri. Rimedi letterari per ogni malanno”, Sellerio 2103

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