Comunicare

Per un ditino sullo screen

Era il 1967 quando dallo “Zecchino d’oro” di Bologna si diffondevano in tutto lo Stivale le note della canzone “Per un ditino nel telefono”, a simboleggiare l’affermarsi di uno strumento che era ancora non proprio per tutti: il telefono, infatti, seppur in espansione non era ancora un bene presente in tutte le abitazioni, e dobbiamo aspettare gli anni Settanta per trovarlo nelle strade, dove disponendo di gettoni tutti possono utilizzarli. Ma stiamo parlando della preistoria, del periodo in cui i telefoni erano “a disco”, gli stessi telefoni che oggi si trovano sui banchini delle fiere come oggettistica vintage. Il telefono di allora era un semplice mezzo per comunicare con gli amici e chiedere loro “Andiamo al cinema o a teatro? A che ora ci troviamo? Passi tu a prendere Gigetto?”… insomma, roba semplice, che non ti complicava la vita e non si sovrapponeva al rapporto con le persone che avevi introno. Poi… pian piano è arrivato lui, il cellulare, ed ha eroso tempo e spazio intorno alla gente, fino a diventare oggi irrinunciabile. Tristemente – secondo noi – irrinunciabile. Ma restiamo oggettivi ed analizziamo i fatti, che dimostrano come il cellulare – o qualunque altro strumento similare – siano diventati il riferimento principiale dei rapporti umani.

three girls chatting with their smartphonesIl cellulare, riempie gli spazi vuoti, perché colma i tempi morti che l’individuo è sempre più incapace di avere: il rapporto con se stessi fa paura. È impegnativo, perché assorbe tutte le nostre capacità cognitive, ci fa sempre sentire in mezzo alla folla: nonostante questo, delocalizza, non permettendoci di avere un’immagine mentale del luogo. Permette anche di mentire, visto che ci offre l’opportunità di identificare – e quindi filtrare – le chiamate.

Ma il cellulare ha instaurato anche un diverso metodo di comunicazione, quello degli sms (short message service): 160 battute al massimo, con i caratteri permessi dalla tastiera che hanno rivoluzionato il modo di esprimersi. Termini contratti (nn invece di non, xhé invece di perché e via dicendo), il cui impatto si è riversato anche nel mondo della scuola, ad esempio, anche se qualcuno riesce a vedere la funzione positiva degli sms: il semiologo Paolo Fabbrisisi ha affermato che “Il giovane uomo tecnologico, ha ritrovato il gusto di scrivere”, “Una piccola vittoria di Gutemberg contro la convinzione che la TV avrebbe sepolto per sempre la comunicazione scritta”. A completare il “pacchetto semantico” sono comunque gli emoticons (la punteggiatura opportunamente mischiata ad alcune lettere e simboli, che forma faccette sorridenti, arrabbiate, tristi, felici…) da usare a seconda delle situazioni, e che permettono di trasmettere con una semplice immagine il proprio stato d’animo. È uno strumento così affascinante e completo che “I soggetti (spesso quelli giovanissimi), tendono a sviluppare un forte legame psicologico con il cellulare, utilizzandolo come un’appendice del loro corpo, dalla quale non riescono a staccarsi fisicamente” (La Barbera, 2003): ed ecco creata la dipendenza.

A questo proposito, Di Gregorio in “Psicopatologia del cellulare(2003), non si sofferma sugli aspetti patologici dell'ossessività e delle manie nell'uso del telefonino perché dice: “Credo sia pretestuoso cercare una differenziazione tra normale e patologico, in quanto quello che appare normale, anche solo statisticamente, è anche patologico, nel senso che può impoverire la personalità, danneggiare o limitare le funzioni cognitive. Nello stesso tempo quello che si considera come un comportamento patologico, eccessivo, esasperato o infantile che sia, è da considerarsi normale perché fa parte di nuovi modelli di comportamento umano”.

Fatto sta che i nostri ragazzi presentano sempre più frequentemente atteggiamenti che fanno pensare ad uno stato di trance, quando usano gli strumenti elettronici: il cellulare è ormai un modo per giocare – a distanza – con gli amici, chiusi ciascuno nella propria stanza. Con i videogiochi che concorrono a consolidare il modo di… stare insieme!

Marta Viappiani

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