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3 domande a… Maria Monica Cardillo

A contraddistinguerla è la solarità di un sorriso aperto, cordiale, perfetto per mettere a suo agio anche la persona più provata. E, giorno dopo giorno, lei ne incontra molte: donne mutilate della loro più evidente femminilità, che hanno subito l’asportazione della mammella e sulle quali interviene – coordinandosi con i medici di competenza – per restituire loro fiducia. Un’attività che svolge con amore, forse perché conosce le difficoltà che la vita pone, in un modo o nell’altro, sui nostri cammini: lei si è trovata un giorno a dover assicurare il sostentamento delle proprie figlie, e da caparbio Capricorno per tre anni continuò a svolgere due attività – quella di commerciale e quella di tatuatore – finché decise che era arrivato il momento di mollare gli ormeggi e salpare definitivamente per la nuova avventura. Così diventò “micropigmentatrice” a tutti gli effetti. Ma cosa significa esattamente? Per scoprirlo, abbiamo incontrato Maria Monica Cardillo che ci ha raccontato la sua professione.

Danda Delfino

 

Maria Monica CardilloCi faccia capire meglio in cosa consiste il suo lavoro: chi è un micropigmentatore.

È una persona che realizza una forma di tatuaggio estetico, ovvero un tatuaggio eseguito con tecniche meno invasive rispetto a quello artistico, e pigmenti di origine controllata. La micropigmentazione è quindi un trucco permanente sul volto, così che ogni donna possa sentirsi bene con se stessa. Sempre. E proprio in funzione di questo benessere, mi sono specializzata in “micropigmentazione estetica e ricostruttiva medicale”, vale dire la tecnica di ricostruzione con la quale si nascondono le ferite del corpo, allo scopo di ricreare gli equilibri perduti conseguenti ad interventi chirurgici sulla mammella.

È chiaro in cosa consista il suo lavoro sotto un profilo tecnico, ma – soprattutto nel caso di donne che hanno subito interventi chirurgici al seno – qual è l’approccio di tipo emotivo?

Molto delicato, perché parliamo di unicità, di bellezza ma anche di bellezza ritrovata, e si tratta di individuare per ogni donna il suo profilo emotivo, prima ancora di quello fisico. Per questo parlo di “unicità”, in quanto ognuno di noi è unico e insostituibile, il risultato di educazione, cultura ed esperienze che solo quello specifico “io” ha vissuto. Di conseguenza, anche il concetto di bellezza è individuale, proprio perché la nostra unicità lo fa essere diverso da persona a persona, e ciascuno lo esprime in modo del tutto suo: un gesto, un colore, uno stile nel parlare e nel vestire. E restiamo unici sempre, anche quando per insicurezza ci uniformiamo ad un gruppo.

Significa che non esiste un tatuaggio “standard”, ma questo viene personalizzato in base ai caratteri individuali, unici di ogni donna?

Certamente! Ogni professionista che voglia definirsi tale deve prima di tutto capire chi ha davanti, sotto ogni aspetto. Arrivo al trucco permanente per una strada diversa da quella tradizionale della formazione in estetica: nei primi anni ho concentrato molti corsi di formazione che spaziavano dal visagismo al make-up ai corsi tecnici di micropigmentazione. Volevo capire come è strutturato un volto, ma anche come questo si pone al mondo. La morfologia ossea e muscolare identificano le caratteristiche di un viso, ma la mimica, il carattere e l’educazione fanno muovere questo volto personalizzando la staticità della struttura morfologica. La mia attenzione è sempre fissa sulle modalità di presentazione alle quali ognuno di noi attinge quando incontra un estraneo. I primi dieci minuti di presentazione sono sempre costruiti: è una nostra forma di sicurezza, sappiamo che se incliniamo il viso di qualche grado possiamo essere più intriganti, valorizziamo il nostro lato migliore, sappiamo come nascondere un’imperfezione. Il bello arriva dopo, al termine di questi fatidici dieci minuti: cadono gli schemi, il viso e il corpo si rilassano e diventiamo i “veri noi”. È a questo punto che comincio a cercare la sopracciglia che apra lo sguardo, ad esaltare l’asse dell’occhio, a rendere le labbra più seducenti, ma senza esagerare: il nuovo look deve essere naturale, leggero ed impercettibile.

La stessa naturalezza – anzi, di più! – la pretendo nel ridisegnare il comparto areola capezzolo, perché il seno possa essere di nuovo lui, nella sua completezza, come prima di un intervento mutilante: e in questo caso, ancora di più, si parla di bellezza ritrovata. O, meglio, riconquistata!

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