Atelier Storie

Orfana

La psicologa del centro oncologico si chiama Giovanna: ha su per giù la mia età, occhi verdi molto dolci, parla poco o, forse, sono io che parlo troppo!

“Non so dottoressa, ho questo peso sullo stomaco. Pensavo che mi sarei sentita alleggerita quando fosse finito tutto, e invece mi sento come assediata. Come se dovessi render conto a qualcuno e non mi sentissi all’altezza. Ieri Sergio mi ha mandato un messaggino ‘li compri tu il pane ed il latte?’: ma come, li compri tu? Fino a qualche mese fa non si sarebbe azzardato, li avrebbe comprati lui e basta. I miei figli, uguali: ‘mamma, mi metti a lavare la roba di palestra? Io devo uscire. Grazie’… almeno dicono grazie! È tutto tornato come prima!”. close up, topless woman body covering her breasts“Anna, cosa significa ‘tutto tornato come prima’? Non è quello che volevi? Il ‘come prima’ non andava bene?”. Giovanna fa la psicologa: eh già! Mi andava bene il ‘prima’? No! Non andava bene il prima! E non ho voglia che tutto torni ‘come prima’! Sono stanca di fare la madre e la moglie; non ho più voglia di lavorare tutto il giorno, un lavoro che mi piace e mi dà soddisfazione, per l’amor di Dio, ma poi mentre torno a casa, devo pensare alla spesa, a prendere i soldi per la donna, inventarmi qualche ricetta appetitosa ma leggera, nuova ma non tanto esotica…

“E allora Anna, cosa vorresti?”: e vai con la psicologa! Cosa vorrei… che ne so, non sono più la stessa persona, questi mesi mi hanno cambiata; la percezione di ciò che vale e ciò che non vale si è acuita. La mia vita vale, il mio essere come sono, il mio diritto di fare o non fare. “Giovanna, sembra assurdo, ma io in questi mesi sono stata bene con me stessa. Stavo male fisicamente, è vero, ma avevo anche il diritto, finalmente, di fare qual che volevo! Potevo andarmene a letto la sera dopo cena infischiandomene della tavola da sparecchiare, nessuno mi chiedeva se c’era da prendere il latte, potevo guardare la cosa più cretina alla televisione perché così non mi veniva il mal di testa a seguire cose troppo impegnative… e nessuno aveva da ridire; potevo anche non pensare, e non era un problema! Avevo finalmente il diritto, pagato a caro prezzo, di pensare solo a me!”.

Mi guardo le mani, pensierosa, qualcosa mi urge dentro. Giovanna tace. Non so nemmeno io cosa, cerco le parole, le evidenze.

“Vede dottoressa anche Sergio… Durante la malattia mi scriveva messaggi tipo ‘come stai oggi amore?’, ‘ti penso’, ‘ce la faremo, vedrai’: mi sentivo amata coccolata, mi dovevo impegnare per lui e per i ragazzi. Ora mi manda messaggini che sono comunicazioni di servizio: torno a cena, non torno a cena, hai pagato l’assicurazione?, ‘portami la giacca in lavanderia’… tutto come prima, e questo prima, dottoressa, non mi piace più. Durante la malattia avevo uno scopo, un compito – impegnativo certo – ma avevo un compito da svolgere: guarire. Per me e per loro. Il tempo era scandito dagli esami da fare, dalle terapie… tutti si preoccupavano per me; ora mi sento vuota, senza scopi.”

“Cosa ti manca Anna?”

E mentre lo penso lo dico, quasi a voce bassa, come se mi vergognassi: “Mi manca… la mia malattia. Sembra assurdo ma mi sento orfana della mia malattia”.

Lisa Valiati

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