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Quando il tattoo va oltre la moda

Quella del tatuaggio è una storia interessante che, fra favorevoli e contrari, coinvolge milioni di persone in tutto il mondo. Ci sono generazioni che si scontrano, sull’argomento, c’è chi non comprende denigrandone ogni manifestazione, c’è dall’altro lato chi esagera e, probabilmente, dietro ad un tatuaggio nasconde problematiche complesse.

Ma non è questo il tipo di argomento che ci apprestiamo ad affrontare: abbiamo semplicemente ricordato la forma più nota di questa espressione artistica – perché, comunque, di arte si tratta – per sgombrare il campo da ogni possibile equivoco su ciò che stiamo per affrontare, vale a dire la micropigmentazione in campo medico. Ma in cosa consiste, esattamente? Si tratta di una tecnica che può migliorare, e otticamente annullare, alcuni esiti cicatriziali: MINIATURAFIRMAsi tratta di effetti ottici, per mezzo dei quali il tatuaggio riesce ad annullare visivamente quelli che possono essere gli avvallamenti cutanei di cicatrici conseguenti al riavvicinamento dei lembi della ferita e, nel caso del CAC (Comparto Areola Capezzolo), creare un effetto in tre dimensioni tipo “pittura dal vero”.

Le condizioni ottimali per intervenire sono a cicatrice bianca (niente abbronzatura!) e – per le situazioni in cui siano stati necessari interventi oncologici – occorre che le condizioni immunologiche siano ripristinate. Inoltre, il tessuto sul quale intervenire deve essere integro, senza lesioni dovute ad infezioni della epidermide (come, ad esempio, una micosi). Nel caso di trattamenti oncologici, è possibile procedere con la micropigmentazione soltanto dopo che l’oncologo abbia dato la sua autorizzazione, certificando che lo stato di salute del paziente consente di lavorare sulla parte lesa. Generalmente, dal momento dell’autorizzazione a quello della prima seduta di micropigmentazione ricostruttiva possono passare dai 20 ai 60 giorni.

Il primo compito di un tatuatore – in particolare se oncologico – consiste nell’accurato controllo del comparto cutaneo da tatuare: una lesione o un semplice dubbio ci devono assolutamente fermare, rinviando il paziente al medico per le opportune verifiche, ed eventuali cure del caso. Ledere un tessuto con una patologia in atto, potrebbe compromettere lo stato di salute del paziente.

Per quanto riguarda le norme di sicurezza, dobbiamo garantire e certificare sia il protocollo operativo, sia gli strumenti e i pigmenti utilizzati. Questo significa che ci atteniamo ad un protocollo rigido che regola:

  • le norme igienico-sanitarie per l’allestimento dell’ambulatorio e del piano di appoggio degli strumenti;
  • i dispositivi quali guanti, camice sterili e cuffia, mascherina…;
  • la documentazione relativa al paziente per ciascuna delle sedute cui è sottoposto;
  • tutta la certificazione di conformità e sterilità di strumenti e pigmenti;
  • la certificazione di idoneità degli operatori.

Talvolta quest’ultimo aspetto è sottovalutato, come se fosse possibile improvvisare la professionalità della persona cui si affida il nostro benessere (perché di ciò si tratta). Ma non è certo un dettaglio da sottovalutare: tanto per intenderci, vi fareste tagliare da un “chirurgo” non abilitato alla professione? Lo stesso vale per il micropigmentatore che, oltre ad essere autorizzato dalle aziende sanitarie locali, deve aver frequentato corsi appositi, avere l’abilitazione per il trattamento di pazienti oncologici, essere coperto da assicurazioni RCT e – non per ultimo! – deve essere capace di rinunciare ad un lavoro se, almeno in quel momento, il suo intervento fosse non opportuno per la persona.FOTO1FIRMA

Come si procede nel camouflage di una cicatrice? Qualsiasi sia la parte da tatuare, il primo passo è con una foto che certifica il “momento zero” del lavoro. Volendo essere pignoli si procede anche con un secondo scatto, alla luce del sole, per valutare la reale nuance della pelle.

Con il secondo passo si vanno ad individuare tra i pigmenti quelli che porteranno al pantone (in questo caso il vero colore della pelle) del paziente: una volta ottenuta la miscela (dai tre ai cinque pigmenti), si procede a coprire la parte. FOTO2FIRMA

Sembrerebbe tutto facile ma… in realtà è molto impegnativo! Alla seconda seduta verifichiamo come il colore, l’acidità e il calore della pelle abbiano virato la nuance individuata nella prima seduta, aggiustando di conseguenza il colore, e soprattutto ci si rende conto della durezza della cicatrice e la dolce consistenza del tessuto non leso.

È un lavoro lento, richiede pazienza e tempo, ma vale sempre la pena se il risultato è quello di far tornare il sorriso ad una persona provata: credetemi è la soddisfazione più grande!

Monica Cardillo

 

 

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