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Al posto tuo

Prerogativa di una recensione è quella di compiere la disamina di un lavoro, si tratti di libro o film, come di opera teatrale… esprimendone un’opinione personale che può essere (o non essere) più o meno condivisa. Premesso questo e considerando che consideriamo “ogni medaglia ha il suo rovescio”, diversamente dalle nostre abitudini ci apprestiamo ad esprimere un parere non proprio favorevole ad un libro che ha da poco fatto capolino sugli scaffali delle librerie. Non è certo nostra intenzione salire in cattedra e sentenziare verità assolute, sarebbe un atteggiamento contrario al principio che ci protende verso il piacere del dubbio: in fondo, abbiamo sempre cercato un insegnamento anche da situazioni che non condividiamo (ci piace vedere il bicchiere mezzo pieno, e cerchiamo di capire come poterlo riempire completamente!).

COPERTINAPerciò, che vi parliamo di un libro che proprio non ci è piaciuto, perché denso di catastrofismo fine a se stesso, che non offre spiragli di uscita ad argomentazioni che, come vero per ogni altro genere di problema, hanno comunque delle possibili soluzioni. Invogliati dalla recensione pubblicata recentemente da un settimanale a tiratura nazionale, abbiamo letto “Al posto tuo. Così web e robot ci stanno rubando il lavoro” (vedi scheda libro), senza però trovare corrispondenza con le nostre aspettative. Ecco quindi che ci sembra opportuno indicare alcune “avvertenze per l’uso”, proprio come si fa coi farmaci: calcolato in “dosaggio” appropriato questo libro può anche essere utile, ma va letto con cautela, altrimenti rischia di trasformarsi in altamente… tossico! Infatti, pur esaminando la realtà ne offre una chiave di lettura più emozionale che razionale, amplificata in senso esageratamente negativo. Che l’umanità sia ormai succube dell’elettronica è un dato di fatto, ma non è certo demonizzando la tecnologia che si trovano le soluzioni. In alcuni passaggi fa pensare a quando, ad inizio Novecento, alcuni alberghi per rassicurare i clienti dichiaravano orgogliosamente di non fare uso di lampadine elettriche, considerate diavolerie dannose per la salute: ci piaccia o no, il mondo va avanti a prescindere da noi, e porci verso il nuovo almeno con il beneficio del dubbio non è certo sintomo di imprudenza. Affermare come gli acquisti online possano rappresentare un danno per l’economia è condivisibile, ma non per questo possiamo mettere all’indice lo strumento in sé. Chiediamoci piuttosto il perché abbia avuto tanto successo, e lavoriamo per trovare soluzioni in grado di contenerne gli effetti: mettere qualcosa o qualcuno al rogo, non risolve il problema. Così come – in attesa di trovarci con il mondo “invaso” da droni o umanoidi che faranno il nostro lavoro – pensiamo al modo in cui potremo impiegare al meglio il tempo che avremo libero, a come rivedere l’etica della convivenza fra di noi e con loro. Il tono apocalittico non ci piace, il gridare all’armi senza dare soluzioni è solo un modo per creare tensione. Soprattutto se il libro si sceglie di stamparlo anche in versione e-book… a pensare ad un’operazione di mercato che si basa sul sensazionalismo da cassetta, piuttosto che su un’analisi pacata che induca al ragionamento.

Ciò che l’umanità, nonostante i secoli di esperienza che dovrebbe portarsi sulle spalle, ancora non ha capito – e sembra proprio non abbia intenzione di voler capire – è che i limiti al benessere ce li mettiamo da soli. Quando Madame Curie scoprì radio e plutonio non poteva certo immaginare che qualche idiota avrebbe usato il suo lavoro per applicarlo a strumenti di morte, ma era probabilmente propensa a ipotizzare che i suoi seguaci lo avrebbero impiegato per portare benefici all’uomo. È nucleare è “bomba” che provoca morte e dolore, ma lo è altrettanto la “medicina” che aiuta a guarire: ciò che manca all’uomo, oltre al senso del buon gusto, è un sufficiente grado di buon senso per usare nel modo migliore gli strumenti di cui dispone, senza diventare schiavo loro e delle presumibili “ricchezze” che generano.

È probabile che la soluzione dell’arcano mistero su tanto allarmismo sia compatibile con ciò che frate Guglielmo da Baskerville (“Il nome della rosa”, Umberto Eco) afferma a proposito della scienza e dei suoi prodigi: “Talora è bene che certi segreti restino ancora coperti da discorsi occulti. I segreti della natura non si trasportano in pelli di capra o di pecora. Aristotele dice nel libro dei segreti che a comunicar troppi arcani della natura e dell’arte si infrange un sigillo celeste e potrebbero seguirne molti mali. Il che non vuol dire che i segreti non debbano essere svelati, ma che compete ai sapienti decidere quando e come”.

Danda Delfino

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