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The Beatles Eight Days a Week

The Beatles Eight Days a Week: è il nuovo film sui Fab Four, Paul McCartney, John Lennon, George Harrison, Ringo Starr, la band più famosa del mondo: i Beatles. La firma è pregevole: Ron Howard, regista di A Beautiful Mind, Apollo 13 e tanti altri, e che poco dopo lo scioglimento della band sarebbe entrato nel cast di Happy Days col ruolo di Ricky Cunningham.

locandinaHoward, per raccontare un così grande motore di cultura e immaginario collettivo, fa bene a scegliere una prospettiva precisa: il periodo dei 400 concerti in tutto il mondo, dal Cavern Club di Liverpool, quando erano ragazzini impetuosi, fino al Candlestick Park di San Francisco, anno 1966, sei anno dopo il loro inizio. Eight Days a Week (otto giorni a settimana per simboleggiare la frenesia del lavoro dei Fab Four) sembra rispondere, in parte, al titolo della canzone degli Stadio Chiedi chi erano i Beatles. Una risposta curata e attenta. Per il documentario, sono stati chiamati team di archivisti, tecnici del suono, ricercatori, montatori e il premio Oscar Chris Jenkins. La sfida era titanica: mettere insieme, con coerenza tantissimo materiale di fonti e qualità diversa. Ma cosa ne è venuto fuori?

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Si nota subito una chiarezza espositiva che, visto il tanto materiale, non era affatto scontata: un percorso cronologico, lineare, coadiuvato dalla grafica, ma dove prevalgono le tantissime fotografie e il materiale video (anche inedito) con le testimonianze dei quattro. Ci sono poi gli estratti di 150 brani tra i più e meno famosi: I want to hold your hand, Ticket to ride, Help e tanti altri. Ma del sonoro colpisce anche il rumore, che va oltre la musica. Tutto Eight Days a Week è tempestato dalle urla, quelle dei fan e delle fan che riempivano gli stadi, ingrossavano le file chilometriche, forzavano i cordoni di una polizia stupita. L’apice di ciò si ritrova allo Shea Stadium di New York dove Ringo Starr racconta delle urla sovrastanti la loro musica e l’unico modo per capire il ritmo era guardare il battito del piede di Paul, al basso. I Beatles come fenomeno di massa e incipit della “cultura giovanile” è uno dei punti tematici che il film espande, chiedendosi come, senza social, la voce della loro musica andasse con la stessa forza da Liverpool, alla Nuova Zelanda. Il calore arriva diretto quando l’accento si pone sulla fratellanza dei quattro. Su come quei ragazzi vestiti tutti uguali – brillante intuizione del celebre manager Brian Epstein – fossero il sigillo cromatico della loro anima: sono in quattro ma quando suonano sono uno, diventando colonna sonora della storia. Li vediamo sempre insieme, rispondere sfrontati e spontanei alle domande dei giornalisti, suonare in studio con metodo. E poi c’è l’impegno: nel ‘64, quando nel sud degli Stati Uniti si rifiutarono di suonare in luoghi che prevedessero la segregazione, e così il Gator Bowl di Jacksonville dovette cambiare la politica dei posti a sedere. Whoopi Goldberg, tra i tanti artisti intervistati nel film, racconta di come le canzoni dei Beatles le permettessero di sentirsi uguale a chiunque. Ci sono poi solo accenni alle crisi come la famigerata battuta di Lennon “i Beatles sono più famosi di Gesù Cristo”, che costò al gruppo le ire dei cattolici statunitensi.

Alla fine del film/documentario, sopraggiungono 30 minuti di concerto, proprio quello allo Shea Stadium del 1966 davanti a 56.000 persone. È bello vedere Paul e Ringo oggi riflettere sugli eventi di oltre mezzo secolo fa e lo è soprattutto ascoltare i grandi assenti, John e George. E se ancora non sapete chi erano i Beatles, questa è l’occasione giusta per scoprirlo. 137 minuti e non sentirli, una festa di suoni e colori. Un film vortice. C’è tutto questo nel documentario di Ron Howard, insieme alle emozioni che lascerà a ciascuno di voi.

Costanza Palandri

 

 

 

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