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Million Dollar Baby

Al centro delle vicende di Million Dollar Baby ci sono Frankie – un vecchio allenatore di boxe ruvido e segnato dalla vita – e Maggie, una ragazza che sogna di diventare una campionessa del ring: accanto a loro Scrap, amico di Frankie che lavora con lui da sempre, e personaggio fondamentale nella trama. Il film è la storia del difficile approccio fra Frankie e la ragazza, del loro confrontarsi e di un rapporto che diverrà indissolubile. LOCANDINAUna vicenda raccontata da Eastwood con toni e stili di regia che dimostrano come questo eccezionale uomo sia l’ultimo erede di un modo di fare cinema splendidamente essenziale, elegante, riflettuto, etico, nonché un cineasta che ha ancora molto più da dire – sulla settima arte, ma non solo – molto più di tanti suoi giovani colleghi. Eastwood dirige il suo film con mano rigorosa, annientando ogni virtuosismo visivo, ma regalando inquadrature tanto semplici quanto cariche di effetti e di significato. Però non sta nelle ottime scelte di regia la grandezza di questo film. La grandezza di Million Dollar Baby consiste nell’aver parlato della complessità e delle difficoltà della vita (dei personaggi e di tutti noi) attraverso l’essenzialità delle vicende, dei dialoghi e delle situazioni, e utilizzando la boxe come metafora della vita stessa.

È proprio per questa valenza metaforica del pugilato che, anche quando abbandona il ring, la storia del film non si spezza né si modifica, rendendo la parte conclusiva della pellicola assolutamente consequenziale a tutto il resto. Eastwood – non solo come regista ma anche splendido attore di questo film – continua come da anni sta facendo a lavorare su se stesso e sul suo essere icona cinematografica, mettendo in scena senza timori o pudori di sorta un se stesso invecchiato, cambiato, tormentato più nello spirito che nell’aspetto fisico, dal peso degli anni e da ciò che questi anni hanno significato.

Il suo Frankie è un uomo ruvido ma tormentato dal passato, che trova in Maggie la seconda opportunità per rimediare agli errori professionali e personali della sua esistenza: errori che continuano a perseguitarlo e dai quali non riesce a liberarsi, fantasmi del passato che non lo libereranno nemmeno alla fine del film, ma con i quali attraverso il dialogo, l’apertura, l’accettazione di realtà scomode, Frankie imparerà a convivere. Opportunità e riscatto sono parole che trovano la loro applicazione e incarnazione anche negli altri due protagonisti.

Clint Eastwood, Morgan Freeman e Hilary Swank danno vita a tre personaggi tormentati, intensi, umanissimi: tutti e tre carichi di dubbi, di nostalgie, di sogni destinati a realizzarsi (completamente o meno) solo attraverso il dolore e la sofferenza. Ognuno di loro è alla ricerca di un personale riscatto, ognuno è portatore di gesti, parole, sguardi il cui significato simbolico travalica il singolo momento e la singola situazione. Malinconia è la parola d’ordine del film, così come accadeva nell’altro capolavoro dell’Eastwood regista, Gli spietati, dove il protagonista William Munny trovava nella vendetta e nella rabbia l’unico modo per venire a patti con le assurdità e le crudeltà della vita, prima di tornare all’esistenza semplice e solitaria che sognava, il Frankie di Million Dollar Baby potrà raggiungere il tanto agognato isolamento solo dopo aver dovuto esorcizzare le sofferenze del passato attraverso le sofferenze del presente, non battendosi contro quanto la vita ci mette di fronte, ma accettandole e venendo a patti con terribili ostacoli. Nella boxe – ci racconta la voce narrante del film – tutto è al contrario, e così è nella vita. Per vincere bisogna a volte perdere, per gioire bisogna a volte soffrire, per continuare a vivere bisogna a volte morire. Non c’è altro da aggiungere. C’è molto da vedere, da guardare. Da guardare e riguardare. Lasciando che i propri pensieri facciano silenzio. Lasciandosi trascinare nei dialoghi, nelle battute, nelle attese e nei dolori dei protagonisti. Lasciandosi scolpire nella mente le immagini di quei toni quasi in bianco e nero, carichi di drammaticità visiva. Lasciandosi guidare da una regia in questo caso perfetta.

Costanza Palandri

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