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Lo chiamavano Jeeg Robot

Se a livello internazionale, Marvel Studios e Warner Bros. si spartiscono l’enorme fetta di mercato riservata ai supereroi mutuati da fumetti e cartoons, da qualche tempo anche l’Italia si sta timidamente affacciando al genere. Prima ci ha provato Gabriele Salvatores con una pellicola squisitamente fantasy come Il ragazzo invisibile. Diversa è l’operazione compiuta da Gabriele Mainetti con Lo chiamavano Jeeg Robot.
L’autore esordiente, sorprende con un film che, nei suoi momenti più cupi, si avvicina stilisticamente ai vari Suburra e Non essere cattivo. Mainetti catapulta lo spettatore nel cuore nero della Capitale, tra criminali di mezza tacca, spacciatori e trans cocainomani. Su questo strato realistico si innesta, però, un vero e proprio “racconto delle origini” da far invidia a Spider-Man o al Joker di Batman, in cui assistiamo alla genesi di un improbabile supereroe.

LOCANDINAIl supereroe in questione ha un nome: Enzo Ceccotti. È un pregiudicato di Tor Bella Monaca che vivacchia tra borseggi e lavoretti nel campo dello spaccio e ha una smodata passione per la Danette alla vaniglia. Un “incidente sul lavoro” lo costringe a un improvviso bagno nel Tevere dove viene a contatto con i rifiuti tossici fuoriusciti da un bidone che gli donano un’incredibile forza fisica. Che cosa c’entra Jeeg robot d’acciaio con tutto questo? Colpa di Alessia, la figlia del criminale che vive al piano di sotto, affetta da turbe psichiche dopo la morte della madre. La ragazza, che ha sviluppato un’ossessione nei confronti dell’anime proiettandone le vicende e i personaggi nella realtà circostante, elegge Enzo a suo supereroe personale caricandolo di una responsabilità che l’uomo non crede di poter assolvere. In tutto ciò ben presto sulle tracce di Enzo Ceccotti, che Alessia ha ribattezzato Hiroshi Shiba, come il protagonista di Jeeg robot d’acciaio, si mette Luca Marinelli in versione borderline. Più che agli anime giapponesi, il suo Zingaro sembra avere una parentela molto stretta con gli antieroi esibizionisti e fracassoni di Batman, in primis il Joker. Gabriele Mainetti intuisce le potenzialità del personaggio e gli regala almeno tre/quattro scene madri in cui lo vediamo esibirsi sulle note di Un’emozione da poco e disfarsi di scomodi collaboratori in improvvisi scatti che si risolvono ogni volta in un bagno di sangue. Gabriele Mainetti intuisce che, non potendo competere con i comic movie sul piano della forza produttiva, occorre adattare il genere alle caratteristiche italiche. Ecco la scelta di creare una sorprendente commistione tra noir, gangster all’italiana, fantasy, anime, action e commedia: il regista dimostra di saper dirigere con mano sicura momenti drammatici e scene d’azione iperviolente che non sfigurerebbero in un film di Quentin Tarantino, ma non è l’ottima confezione il vero punto di forza del film. A catturare l’attenzione dello spettatore è la capacità di Mainetti di stupire in ogni sequenza con svolte narrative che imboccano direzioni impreviste.

Il cineasta ha il talento e il coraggio di osare scegliendo di incastonare ingredienti ben codificati (la nascita del supereroe, la storia d’amore con la fanciulla da salvare, il duello finale) in un contesto narrativo decisamente atipico. Così Tor Bella Monaca si trasforma in una Gotham City più affollata e caciarona in cui i nemici da combattere non sono asettici gangster, bensì camorristi e spacciatori che costringono gli immigrati illegali a fungere da corrieri nascondendo gli ovuli con la droga nel proprio corpo, mentre il combattimento decisivo tra eroe e antieroe vede come teatro lo stadio Olimpico nel giorno del derby Roma-Lazio. Non mancano i momenti drammatici e un paio di sequenze strappano perfino qualche lacrima. Il tutto grazie alle generose performance dei personaggi, in particolare di un Claudio Santamaria invecchiato e appesantito, nei panni dell’eroe solitario e depresso, passa il tempo seduto sul divano ingurgitando dessert e guardando porno. Scordatevi mantelli, auto lussuose, congegni ipertecnologici e robottoni. Questa è l’Italia e il massimo che un supereroe nostrano può concedere è una maschera fatta sferruzzando nel tempo libero.

Costanza Palandri

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