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Il padre d’Italia

Ci si può specchiare alla perfezione nel proprio lavoro? Paolo e Mia ci riescono molto bene. Lui lavora in un anonimo mobilificio, e come tutto quel mobilio impersonale se ne sta immobile, fisso, ancorato ad un vecchio amore impregnato di pentimenti e desideri frustrati. Lei, capelli rosa e giubbino glitterato sempre addosso, fa la cantante senza successo, ed è alla continua ricerca di un palco, di un pubblico e di una meta. Una sera, giunti sull’orlo dei propri baratri, Paolo e Mia si incontrano per caso, si “annusano”, quasi si riconoscono in maniera istintiva come anime gemelle, pronti ad affrontare un viaggio sul dorso occidentale d’Italia alla ricerca del padre di quel bambino che Mia porta in grembo.

John Lennon disse che «La vita è quello che ti accade mentre sei occupato a fare altri progetti», e anche in mancanza di piani ben precisi, i due protagonisti de Il padre d’Italia accadono uno nell’esistenza dell’altro, come angeli custodi piovuti dal cielo.

LOCANDINAFabio Mollo, dedica ogni accurata inquadratura del suo film a queste due anime fragili, raccontate dagli occhi smarriti di Luca Marinelli e dal volto slabbrato di Isabella Ragonese. Insieme per scoprire che l’amore è un istinto: materno, paterno, umanissimo. Sempre e comunque. Il viaggio a cui Mollo sembra più interessato non è tanto quello fisico, quanto l’interiore, ambientato in quella lunga via di mezzo dove sostano tanti trentenni: non più figli, non ancora genitori. Un purgatorio esistenziale che il film esplora attraverso una sceneggiatura con leggere forzature e qualche piccola caduta retorica, perdonate però da una regia accurata e da due personaggi a cui è facile affezionarsi. Nonostante il titolo ponga l’accento sulla paternità, Il padre d’Italia coccola due persone bisognose di affetto, che tornano bambini più e più volte. Dotati di una spontaneità e di un’ingenuità quasi infantile, Mia e Paolo si rivolgono parole semplici (“sei bella”, “sei buono”), giocano, scherzano, cantano truccandosi a vicenda come due piccole amiche. Si riconciliano con una fase di vita forse rimossa, stagnante per uno, tumultuosa per l’altro. Sicuramente da ripercorrere un’ultima volta per andare avanti davvero. Finalmente diretti verso l’età adulta.

C’è tanta Italia in questo film. C’è il raccordo anulare di Roma, ci sono i vicoli stretti di Napoli e le assolate coste calabresi, ma lo sguardo di Mollo è più stretto che ampio, non vuole abbracciare i luoghi per dedicarsi alle persone, tutto rivolto ai suoi due personaggi sempre presenti in scena, ispezionati in ogni minima espressione, nei desideri taciuti per troppo tempo e nelle frustrazioni onnipresenti. Come successo ne La pazza gioia di Paolo Virzì (regista che Ragonese e Marinelli conoscono bene), anche qui il viaggio on the road evita le strade dell’evasione perché il percorso di Paolo e Mia è semplicemente un ritorno ai luoghi dell’infanzia, un tornare indietro per provare ad abbozzare una forma di futuro.

Immerso nelle paure e nelle precarietà (emotiva prima che economica) di questa generazione di mezzo, Il padre d’Italia è un lungo viaggio che vive di suggestioni e come ogni buon viaggio non può fare a meno della musica. Note che richiamano il rock, il pop, canzoni cariche di un valore simbolico, squarci emotivi, epifanie fondamentali per affidare queste due persone alle braccia del pubblico. L’esempio, dichiarato ed evidente, viene dal cinema di Xavier Dolan. Con le dovute proporzioni, grazie a questa delicata commedia drammatica, Mollo ha diretto il suo personalissimo, agrodolce “Daddy”.

Costanza Palandri

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