Formarsi Storie

Chi trova un amico…

Il mondo, si sa, si muove spesso condizionato dalle mode, con orde di popoli che fanno o non fanno, all’unisono, condizionati da ciò che al momento più fa… tendenza, come si suol (appunto) dire!

Allora, sorge spontaneo chiedersi se il fatto che delle famiglie italiane facciano parte anche circa 44.000.000 di animali domestici (dato 2012) rappresenti o meno una moda. Forse per quanto riguarda gli animali un po’ fuori dalle righe (circa 50mila iguana, 10mila serpenti ed altri 500mila animali esotici) possiamo anche parlare di tendenza, ma non è certo così quando parliamo di altri animali, cani e gatti in testa. 1 DOLCEZZA

Infatti, secondo alcuni dati diffusi dalla ANMVI – Associazione nazionale medici veterinari italiani – nel 2011 il 21,5% delle famiglie dichiarava un cane ed il 19,9% un gatto in casa, mentre si fanno sempre più strada i conigli (circa due milioni di esemplari), pesci da acquario (sfiorano i 30 milioni), uccelli (circa 13 milioni), tartarughe d’acqua dolce e roditori (circa 500mila).

Restano fuori dai numeri delle famiglie con animale quelle composte di soli animali che, una volta arrivato il periodo delle vacanze, abbandonano il cane (o anche altri animali) lungo una via… ma questa è un’altra – e purtroppo misera – storia.

La storia che a noi invece piace – quella del legame affettivo che lega l’uomo con molti amici a 4 zampe – è ampiamente documentata nel tempo, a partire dall’antichità. Si tratta di un rapporto empatico molto stretto, nel quale l’essere umano ha molto da guadagnare: così tanto che, a prescindere dal piacere che possa dare la cura verso un amico pelosone quando torniamo a casa e lo troviamo ad aspettarci, è sempre più frequente – perché dimostrato nella sua utilità – il ruolo attribuito agli animali domestici come presenza essenziale nell’interazione emotiva.olimroberta

Era il 1962 quando lo psichiatra infantile Boris Levinson si accorse che il suo cane Jingles, portato casualmente in studio, iniziò a giocare con un piccolo paziente autistico, mostrando di riuscire ad interagire con lui sia sul piano emotivo che affettivo.

Successivamente, durante le sedute con altri pazienti pediatrici portatori di gravi problemi di relazione e di comunicazione, comprese che per loro era più semplice “curarsi e sentirsi meglio se al proprio fianco si trovava un animale a quattro zampe”: la vicinanza dell’animale, infatti, sembrava avere una funzione di “sciogliere il ghiaccio” nelle loro barriere emotive. Inoltre, l’abbassarsi di queste barriere, facilitava l’instaurarsi della relazione del terapeuta col paziente.

Fu così che Levinson iniziò a svolgere le sue terapie con gli animali nelle cure dei bambini con problemi psichiatrici e, nel 1964, inventò il nome di “pet therapy”, nel cui significato si racchiude l’efficacia terapeutica dell’animale che riesce ad instaurare un rapporto empatico col piccolo paziente.

Mai come in questi ultimi anni mi sono trovata in studio persone che mi parlavano dell’importanza e dell’affetto che li legava ai loro animali domestici, al dolore provato nel momento del distacco-lutto dall’animale accompagnato per una vita, alla crisi che dovevano superare quando, al momento di una separazione coniugale, dovevano decidere con chi doveva rimanere l’amico a 4 zampe!

3 PRATICO1Penso che l’investimento che da anni stiamo facendo sugli animali sia la punta di un iceberg, che riguarda un senso di profonda solitudine nella quale ci si trova sempre più spesso in questa società.

L’amico a 4 zampe è un amico sincero, fidato, che ci ama oltre qualsiasi ragione: ricordo una bimba che già a due anni giocava con il proprio cane, e divideva con lui non solo il suo panino ma anche la stanza: quando è morto lei aveva 7 anni, ma nessuno le spiegò con chiarezza cosa fosse accaduto. Nei 5 anni successivi la bimba si era un po’ chiusa, mangiava meno, era meno gioiosa, e tutti attribuivano questo a problemi di crescita mentre… il problema vero era che a lei mancava il suo amico cane, colui che quando era triste l’ascoltava e la coccolava, e lei non sapeva dove fosse finito! I genitori le mostrarono allora la piccola tomba in cui l’avevano sepolto, e solo dopo è tornata alla vita di prima: ma son dovuti passare cinque anni – per lei di sofferenza e per i genitori di impotenza – prima di comprendere cosa la potesse affliggere!

Questo è solo un esempio, ma tanti ancora ce ne sono, e pian piano li faremo conoscere a tutti voi, perché sono storie vissute che ci aiutano a capire quanto “i pelosoni” siano importanti, e quanto sia importante saperli difendere e rispettare. Sempre!

Marta Viappiani

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