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Il mondo a disegni

Quella del tatuaggio è una storia che accompagna l’umanità da tempi veramente lontani, pur non avendo ancora oggi informazioni certe su ciò che realmente significasse in molte civiltà antiche. Fatto sta che è comunque un modo per far “parlare” il proprio corpo attraverso l’uso di immagini che con la loro presenza simboleggiano uno status sociale – sia in positivo ma anche in negativo – e quindi l’appartenenza ad un determinato gruppo, con le conseguenze che questo comporta: era il ruolo attribuito in molte antiche civiltà (Egizi, Celti, Romani, solo per citare le più note), ma resti archeologici a queste di molto precedenti portano a considerare tattoosche il tatuaggio fosse un’incisione praticata anche a scopo terapeutico. Nel vecchio continente l’uso dei tatuaggi scomparve – almeno in gran parte – con l’avanzare del Medioevo, per poi essere riscoperto quando i navigatori iniziarono a solcare gli Oceani alla ricerca di nuove terre: soprattutto le popolazioni del Pacifico centro meridionale ebbero una forte influenza su molto i marinai, che restarono così affascinati da questa nuova forma d’arte che la fecero propria, sui loro corpi. Ecco allora che il tatuaggio tornò ad essere diffuso anche in occidente, pur con la valenza negativa che comportava il vederlo addosso alla “feccia” dell’umanità: minoranze etniche, marinai, malviventi, carcerati… diventarono i rappresentanti di questa nuova “moda”.

È dalla fine del secolo scorso – con i movimenti culturali degli anni Settanta e Ottanta – che il tatuaggio comincia a recuperare terreno in occidente, fino a dilagare oggi affermandosi come un vero e proprio fenomeno di massa, diffuso fra giovani e meno giovani.

Danda Delfino

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