Atelier Storie

Musica popolare e tradizione locale nel canto

Cosa c’è di più conosciuto da un bambino di una ninnananna? O di una filastrocca? Nonostante questa apparente “familiarità” questi materiali musicali sono molto lontani dai paesaggi e dal “vissuto sonoro” dei nostri ragazzi, pertanto il loro utilizzo didattico rappresenta un’opportunità preziosa di conoscenza e formazione sia sul versante musicale quanto in quello inter-multi/culturale. Canti che si connotano per un’ampia varietà linguistica e che la scuola post-unitaria, a partire dagli ultimi decenni del secolo XIX, propose attraverso appositi canzonieri regionali nelle scuole elementari.

Materiali musicali di cui il fascismo si appropriò creando appuntamenti per oleografiche rappresentazioni delle culture locali nei vari festival folkloristici assegnando alla scuola il compito di “formare” i fanciulli alla musica.bassa

Quando iniziarono le campagne di registrazioni promosse da etnomusicologi studiosi di folklore, grosso modo a partire dagli anni Cinquanta, queste culture musicali emersero dall’oblìo manifestando pienamente la loro varietà e ricchezza. Celebri i canti, gli stornelli, gli strambotti e i ritornelli usati anche nei film dell’epoca da attrici come Gina Lollobrigida e Sofia Loren che li interpretarono facendoli diventare, nell’epoca del boom economico, attrattiva di un passato da non ricordare e sinonimi di vecchiume, povertà, arretratezza e ignoranza che la società dell’epoca tentava di mettersi alle spalle.

L’esperienza di Diego Carpitella (dal 1985) e di Serena Facci (dal 1996), che verso la fine del secolo scorso iniziarono a somministrare agli studenti universitari, musiche e forme stereotipate di tradizione orale, con l’obiettivo di attivare le autonomie identitarie per promuoverne l’interesse, non hanno avuto il pregio di essere seguite come i promotori si aspettavano. Quelle pregevoli iniziative sono purtroppo rimaste circoscritte, per attrattiva e coinvolgimento alle loro caratteristiche più vitali, chiuse nelle isole locali, funzionali a una realtà eminentemente agricola ormai passata, evidentemente trasferirla alle generazioni ai giorni nostri, appare ormai un”esperienza da abbandonare.

bassa2Arrivando ai giorni nostri, gli italiani sono uniti per lingua e scolarizzazione, hanno riferimenti comuni in forme di cultura, di sport, non vi è più posto per le tradizioni ormai dimenticate e saltuariamente veicolate, sia dalla scuola sia dai mass-media tra i quali, certi repertori musicali da “mainstream” sono considerati i veri elenchi, di musiche “familiari” odierne.

Il canto popolare italiano in genere, quello regionale e locale, rimangono però, ancora occasioni particolari di eventi celebrativi pubblici, promossi soltanto grazie al contributo delle realtà territoriali, dagli enti locali, dalle aziende di promozione turistica, dalle camere di commercio e dalla passione, che lega gli abitanti a far proseguire ancora questo tipo di tradizione nel tempo. Le culture locali, private del loro legame con la realtà rurale e contadina, resistono pur tra contraddizioni, cercando di non far dimenticare quella tradizione identitaria ormai passata, che assurge per i motivi più vari, a veicolo di un rinnovato entusiasmo, genuino attaccamento alla tradizione, spinte ideologiche identitarie e separatiste, a interesse artistico verso forme ormai desuete di espressione, reinvenzione di tradizioni per la promozione turistica di particolari aree. Queste culture non sono nella loro complessità, un patrimonio e una risorsa condivisi dall’interezza della nazione, ma posso dire che è più facile oggi che ieri “orecchiarle”, grazie alla partecipazione, al palcoscenico globale che si realizza per mezzo di canali comunicativi come i social network e Youtube.

Ogni persona che partecipi a un avvenimento locale ne offre le notizie a tutto il resto del mondo, dalle quali non si sottraggono nemmeno: pellegrinaggi, questue, feste di Santi Patroni, Settimane Sante, Carnevali, manifestazioni folkloristiche, balli di piazza, cori ecc, in un mercato del libero scambio di suoni, strumenti musicali, canti e danze. Nonostante questa apparente facilità di diffusione, la maggioranza dei canti della tradizione, restano purtroppo spesso nell’ombra, o veicolate alle sedi deputate alla formazione,  sono testimonianza di questa limitata conoscenza, le evidenti reazioni di stupore da parte di studenti e insegnanti. Quei repertori che sembrano condannati a un lento declino, viventi nei ricordi di pochi, che talvolta riappaiono in occasioni pubbliche o, come accade nell’Appennino Pistoiese, a inizio primavera fino a estate inoltrata, allorquando riprendono i “Maggi” e la vita rioccupa un inaspettato vigore, permettendo così di ricucire tradizioni passate e vita del presente.

Sandro Gori

 

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