Comunicare

Semafori rossi

Credevo impossibile che durante un incontro dedicato ai giovani, per di più su un tema grave come la violenza contro le donne, potesse venirmi in mente il semaforo… già, il semaforo e con lui il mio amico Alfredo (illustre e simpaticissimo giornalista partenopeo), che una domenica mi scorrazzò per le vie di Napoli bucando parecchi semafori rossi. Non occorre dire che la cosa destò la mia peggiore ilarità, ma lui pacatamente mi spiegò il loro punto di vista: ciò che io definivo “indisciplina” era, secondo la sua versione, la totale ignoranza di noi “del nord”, che non capiamo un piffero in fatto di comunicazione. In effetti non capivo cosa volesse intendere perciò, incuriosita, attesi trepidante il dotto chiarimento.

Per la sua origine, la parola semàforo sta a indicare qualcosa che emette segnali, ovvero che trasmette un messaggio, un avviso… quindi comunica con qualcuno. Poi, con una semplice domanda, Alfredo chiuse la breve lezione: “Perciò, dimmi, se all’incrocio ti trovi da solo, con chi caspita dovresti comunicare?”. In effetti, non fa una grinza. Via libera!

Bene, grazie Alfredo ma… cosa c’entra tutto questo con i giovani e con un incontro sulla violenza? Purtroppo l’attinenza c’è, eccome. Per comprenderla, riprendiamo il concetto di comunicazione, proprio quello basilare. Vediamo che per comunicare devono convivere alcune condizioni:

  • la presenza di almeno due soggetti interagenti (uno che il messaggio lo invia, uno che lo riceve)
  • occorre che entrambi siano nella condizione di comprenderne con esattezza il significato, per codificare e decodificare il messaggio.

All’incontro con i giovani, ispiratore di questi pensieri, il messaggio è partito molto forte, ma – verrebbe spontaneo dirsi – forse non sufficientemente chiaro per l’uditorio, dimostratosi tendenzialmente indifferente al tema, e palesemente più concentrato a parlottare fra coetanei e a trastullarsi coi cellulari. Apatia e totale mancanza di rispetto verso chi stava dedicando loro il proprio tempo, allo scopo di renderli più forti, più consapevoli su una realtà che probabilmente li riguarda così tanto da vicino da… renderli ciechi.

Per fortuna non è proprio così, perché se così fosse l’interazione dialogica fra le due generazioni in aula sarebbe completamente mancata, mentre qualche voce si è levata, dimostrando di aver fatto proprio il messaggio, elaborandone attivamente il significato.

Impegnarsi contro la violenza sulle donne, significa lottare per tutto ciò che è femminile: la persona donna, i suoi figli, i suoi affetti, la sua casa, il suo lavoro. Il suo mondo. Il timore è che l’indifferenza di tanti ragazzi rappresenti l’unica realtà che conoscono, il modo in cui loro stessi sono trattati in casa, gravati talvolta anche da troppe responsabilità che si riversano sulle loro spalle: sono spesso ragazzi con le chiavi di casa fin da piccoli, che organizzano le loro giornate come meglio credono, senza limiti, senza regole o – se queste ci sono – senza rispettarle. Tanto, chi li controlla dopo una giornata di impegni estenuanti?

Il segnale di dialogo che alcuni adulti inviano è probabile che non lo percepiscano proprio, non si accorgono di trovarsi davanti a mani tese, e se le vedono sono certi di non averne bisogno: il segnale di ricezione è saturo – colmato da altri messaggi più leggeri e accattivanti -, le mani sono sin troppo impegnate a giocherellare con ogni sorta di dispositivo elettronico. In fondo, si lavora anche per dare ai figli la tecnologia più all’avanguardia: mica si può pensare che manchi loro qualcosa. Per esempio, l’amore.

Ben vengano le voci che si levano dal brusio dell’indifferenza, danno la speranza che ancora qualcosa di buono sia possibile farlo. Perciò, insistiamo a guardarli i nostri giovani, non abbandoniamoli, qualche germoglio spunterà e diventerà un adulto migliore domani.

Danda Delfino

 

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