Atelier Comunicare

Un Muffin molto speciale

Quella che seguirà è un pizzico della mia storia personale, probabilmente per certi versi simile a quella di tanti ma per altri (versi) unica. Vorrei partire da un episodio in particolare per spiegare dove, come e quando mi resi conto di chi ero e di chi invece avrei voluto essere.

Era il 2005 quando ebbi la fortuna di intraprendere un corso di formazione sulla “Clown terapia” e durante una delle attività, io ed una mia collega (di avventura) fummo messe letteralmente al muro! Di fronte gli altri partecipanti, noi “attrici” e loro “spettatori”. La comanda di quell’attività fu: “Immaginate di essere una palla e il suo giocatore. A turno vi scambierete il ruolo.”

Panico e Paura. Non mi ero mai esibita di fronte a nessuno, in aggiunta conoscevo tutti da poco, come avrei potuto immaginare di essere una palla!?! Mi vergognavo, mi sentivo goffa, stupida, brutta, incapace, ridicola. Pensavo: “Oddio tutti mi guarderanno, noteranno i miei difetti, si accorgeranno del mio faccione rosso, dei miei vestiti orrendi.” Insomma, io ero inadeguata. Per non parlare poi della difficoltà nell’immaginare di essere una palla?!

Avevo 23 anni e avrei dovuto sentirmi libera, leggera e sicura ma non mi sentivo neanche lontanamente così. Le palle sono lanciate in aria, al muro, cadono, rimbalzano, fanno lunghe distanze e poi ritornano. Io non accettavo me stessa, i miei difetti. Chi non si accetta può solo sentirsi pesante come un macigno. Ecco, quando in quei pochi minuti, vissuti come un’eternità, mi accorsi di questo e di non essere probabilmente l’unica a vivere quel senso di inadeguatezza alla vita, capii di potere e di dovere cambiare.

MUFFINSolo imparando a ridere dei miei difetti, solo così, avrei cominciato il mio percorso verso il cambiamento. Ci volle tempo ma un po’ alla volta il “valore della risata” entrò a far parte del mio modo di affrontare la vita e da quel momento in poi ebbi una grande voglia di gridare al mondo intero: “Ridete! Ridete! Ridete! Un sorriso potrà rendervi la vita migliore di quel che è.”

Piena di entusiasmo e paura, un naso rosso dipinto con il rossetto, abiti colorati e una borsa piena di palloncini e bolle di sapone entrai per la prima volta nel reparto pediatrico al San Paolo di Napoli. Stop. Il buio. Dovetti fermarmi. Di fronte alla sofferenza dei più piccoli, delle loro mamme, dei loro papà, io dovetti fermarmi.

Di nuovo tanti interrogativi: “che faccio qui, vestita così? Come potrebbero avere voglia di vedermi queste persone? No, io vado via. Torno a casa. Sono solo una ridicola che crede di poter cambiare il mondo con un naso rosso e una mutanda in testa.” Assieme ai miei compagni di avventura ci prendemmo per mano ed affrontammo quella situazione nella maniera più semplice possibile: con rispetto e silenzio. I bambini avevano voglia di stare con noi, anche familiari e personale, mostrarono la necessità di sfuggire, anche solo per un attimo, alla pesantezza di quel luogo, al dolore per la malattia. Dopo quel primo intervento ne seguirono tanti altri ma ogni volta era come fosse la prima. Sempre qualcosa di nuovo da imparare e di cui fare tesoro.

L’obiettivo del clown di corsia è quello di vedere di fronte a sé non il bambino malato ma quello sano che ha voglia di vivere, giocare e divertirsi.

La malattia non è solo nel corpo ma nella mente, nelle convinzioni di noi stessi e di chi ci vive attorno solo del suo aspetto invalidante, pertanto può diventare un tabù, qualcosa di cui si ha timore di parlare, in certi casi anche motivo di vergogna. Dopo tanti anni di volontariato con bambini, anziani e dopo vicende personali che mi hanno segnata, ho capito una cosa fondamentale: la malattia ti toglie e ti dà al tempo stesso. È difficile da accettare ed affrontare ma capisci l’importanza delle cose semplici solo nel momento in cui ti vengono meno, così cominci a desiderarle. Cominci ad apprezzare il sole alla mattina, il vento fresco che ti sfiora, la pioggia, il freddo… cominci ad amare e rispettare anche le emozioni negative, la rabbia, il dolore, la tristezza. Tutto va vissuto poiché parte della vita. La comico terapia e con essa il linguaggio universale della “risata” sono grandi risorse da riscoprire non molto lontano da noi ma “in noi”, per aiutarci a non mollare mai. È necessario abbandonare l’idea secondo la quale “mi curo per combattere la malattia” e adottare quella del “mi prendo cura di me per non ammalarmi”. La risata, l’ironia e la comicità sono mezzi attraverso i quali poter cominciare a prendersi cura di sé.

Dovrebbero esserci lezioni sulla “risata” a partire dalle scuole ed insegnare ai ragazzi ad identificarsi in un atteggiamento autoironico. Apprezzare la diversità, propria e dell’altro, come ricchezza e complementarietà, potrebbe essere utile a spiegare che valori quali la forza, la determinazione, il riconoscimento sociale e il successo, non risiedono nella prevaricazione del più “forte” sul più “debole”, del “migliore” sul “peggiore” e nella violenza ma soprattutto nel rispetto e nell’accettazione altrui.

I bambini hanno bisogno di capire di essere “unici e speciali” per essere in futuro degli adulti più felici.

Proviamo ad indirizzare i nostri figli, mariti, mogli, compagni/e, genitori, amici verso un mondo dove tenersi per mano è l’unico modo per costruire qualcosa, dove fare silenzio e ascoltarsi è fondamentale in una comunicazione, dove la fiducia assieme alla follia diventano un connubio perfetto e infine dove “i giudizi” spariscono per fare posto ai “punti di vista”, così ricchi di significato nelle loro infinite diversità.

Anna, Clown Muffin

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