Atelier Comunicare

Umani bricolage

Se invece di… diciamo farci arrivare con la cicogna, i nostri genitori ci avessero acquistati su catalogo, saremmo arrivati in uno scatolone contenente i pezzi e, nella confezione, avrebbero trovato anche un manuale di istruzioni per il montaggio, con le indicazioni necessarie a mettere insieme correttamente due piedi e due mani (dotati ciascuno di 5 dita), due gambe e due braccia, due reni, uno stomaco, un fegato, metri di intestino… e via dicendo.

Ogni pezzo sarebbe stato poi corredato di sensori, necessari per attribuire motilità alle articolazioni e far percepire le sensazioni che ogni corpo “normodotato” (ovvero, completo secondo il manuale di istruzioni!) avrebbe avuto:3d man holding colorful CMYK puzzle pieces, on white background

  • il tatto, per conoscere il mondo toccandolo;
  • l’olfatto, per odorare i profumi portati dal vento;
  • il gusto, indispensabile per conoscere i sapori che la Terra ci offre;
  • la vista, per gratificare lo spirito con la bellezza dei colori e delle forme;
  • l’udito, per ascoltare i suoni, compreso il silenzio quando questo è pace.

L’umanità ha poi ha organizzato la propria vita (intesa come organizzazione complessiva della propria struttura sociale) per rispondere all’insieme delle proprie necessità, anche se talvolta può accadere che i “pezzi” siano non tutti, incompleti, o che qualche sensore si presenti “difettoso” all’uso, con la conseguenza di avere delle alterazioni funzionali che, in base al loro grado di malfunzionamento, comportano delle più o meno serie difficoltà ad un individuo nel vivere la propria quotidianità.

L’essere “bricolage” è un gioco, anche se ormai la esistono realtà robotiche in grado di riprodurre un individuo in carne ed ossa: e, allo stesso modo, la robotica permette di superare i limiti dell’umano fornendo “ricambi” che vanno a sostituire pezzi per qualunque motivo venuti meno.

E se alcune diversità sono decisamente ben visibili – in quanto richiedono, per essere superate o almeno compensate, l’uso di supporti evidenti – altre sono più nascoste, ma non per questo meno insidiose e limitanti per l’autonomia fisica ed emotiva della persona.

Fino a non molto tempo fa l’atteggiamento più frequente era la negazione, il nascondere la “diversità” rispetto al “normale” socialmente stabilito: un figlio cerebroleso si teneva nascosto, una persona colpita da una malattia o da una malformazione era portata a sentirsi in colpa, accettando la malasorte come espiazione di chissà quale peccato.

Oggi – pur avendo ancora tanta strada fare verso l’accettazione della diversità – molte cose stanno finalmente cambiando grazie ad una maggiore e migliore informazione che porta, prima di tutto, a riconoscere e conoscere le “diversità”, così da non temerle imparando a comunicare con coloro che, a qualunque titolo, hanno modalità espressive/comprensive diverse da quelle comunemente utilizzate.

Danda Delfino

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