Atelier Comunicare

La buona volontà non sempre basta

Prima di tutto tengo a sottolineare il massimo rispetto che ho per chi dedica una parte del proprio tempo libero al prossimo, scegliendo di aderire ad un gruppo di volontariato, quello che più di tutti permette di esprimere nel modo migliore il desiderio di sentirsi utili. Li ritengo un’importante, anzi irrinunciabile risorsa umana. Chiarito questo, vi racconto un fatto che mi ha lasciata perplessa, riportandomi con la memoria anche a molti anni fa, quando ero io ad avere un ago in vena che infondeva nel mio organismo la “magica” (ha funzionato!) chemio.

Man in medical coat making hitch-hiking with both handsVi è mai capitato di entrare in una stanza, al day hospital oncologico, e trovare due persone: una in camice bianco che parla, l’altra… in borghese, che piange come un fiume in piena? A me è capitato, e vi assicuro che è stato molto imbarazzante: trovando aperta la porta della stanza in cui dovevo entrare, ho prima detto “Buongiorno”, ma vista la scena ho chiesto scusa e mi son girata per uscire, convinta di aver interrotto una seduta di psicoterapia. Mi sembrava strano, l’amica (quella in borghese) che andavo a trovare non mi aveva accennato a nessun programma del genere. Però, ne aveva tutta l’aria. Mi hanno invitata a restare, perché in effetti non si trattava di alcun genere di terapia, ma soltanto della visita di una volontaria, un’insegnante (non so di che, non l’ho chiesto) che nel suo giorno libero offre i propri servigi ai malati in ospedale. Nobile scelta, niente da dire su questo. Però… mi chiedo… con quale tipo di preparazione? Sufficiente ad indossare un camice bianco, che dovrebbe essere riservato ai medici o, almeno, a personale qualificato che interviene quando occorra sostegno psico-sociale ad un paziente?

Ho fatto in giro qualche domanda, ma nessuno ha saputo rispondermi con certezza: il che fa pensare che a muovere queste persone sia semplicemente la buona volontà. Ricordo, come dicevo prima, quando ero io la paziente e durante le lunghe sedute di chemio passavano a “tenere compagnia” alcuni volontari: ripeto, senza voler toglier loro alcun merito, confesso che la presenza di questi “buonisti per caso” (così li chiamavo!) mi lasciava piuttosto infastidita. Preferivo il silenzio. Con questo voglio dire che ognuno ha reazioni personali, diversissime da un individuo all’altro, perciò qualcuno potrebbe anche gradire il misticismo forzato che emana da alcuni soggetti.

Però, proprio perché si ha a che fare con l’essere umano nelle sue molteplici sfaccettature, bisognerebbe lasciare che il dialogo con i pazienti fosse riservato a personale adeguatamente preparato, in grado di aiutarli nell’individuare prima il malessere e poi gli strumenti più idonei a superarlo.

Per il resto, ben vengano i volontari: possono spingere le barelle, imboccare chi non riesca a farlo, accompagnare in bagno chi cammina con difficoltà… ma lasciarli liberi di interagire riducendo in lacrime una persona, non è proprio accettabile, lasciamolo fare a chi ne ha la competenza.

Danda Delfino

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