Atelier Storie

Un pezzo di carne da lesso

“Metta le braccia sulla testa”. Non mi guarda nemmeno in faccia. Me ne sto qui seduta sul lettino a torace nudo e le mani sulla testa. È grottesco. Mi maneggia il seno come fosse una pallina antistress… le sue mani sembrano un gelato di luglio, fredde e molli. Accidenti, anche il giorno degli studenti dovevo beccare. Se ne stanno lì impalati, quattro o cinque ragazzotti, silenziosi testimoni di un rito sacrificale. Le teste vagano all’unisono in qua ed in là, a seguire i movimenti del professore. Lui osserva le lastre sul monitor, poi mi esplora il seno maneggiandolo.

Ha una grossa verruca scura sul lato destro del viso. Quando parla si muove come un’animale vivo.

“Senti Petrini, senti, si è molto ridotto, forse si può già intervenire.”

Ma visto che sei un chirurgo perché non ti fai togliere questa specie di scarafaggio che ti si arrampica sulla faccia?

Parlottano tra loro davanti alle lastre. La schiena mi duole, sento la testa fredda, le mani quasi si aggrappano alla pelle liscia del cranio per trovare l’equilibrio.

Rimango impettita, immobile; sto cercando di darmi un contegno, abbozzare un sorriso ma non so a chi rivolgerlo.

“Ecco, guarda Petrini, possiamo incidere qui e qui, dovrebbe bastare, non credi?”

Prende un pennarello ed inizia a tracciare linee sul mio petto; si allontana compiaciuto per ammirare la sua opera. Petrini si avvicina a sua volta, è più giovane, ma meno vivace; una faccia lunga da pompe funebri. Si china sul mio seno malato; lo guarda, punta un dito sulla carne, leggero, quasi un po’ schifato; sembra stia cercando la bestia carnivora che mi sta divorando dentro: “Ma, non so… forse varrebbe la pena continuare con le chemio, ho paura che ancora non ci siano i margini per salvarlo.”

È vicinissimo al mio viso, anzi, al mio seno; il suo fiato si taglia a pezzi… Non ho mai sopportato l’alito pesante, un macigno che mi toglie ulteriormente le forze. Fate presto, non ne posso più di stare con le braccia sulla testa.

“Hai ragione, conviene andare avanti con le chemio, forse riusciamo a salvare anche il capezzolo.”

Raw chicken breast fillets on a board. Selective focus

Come forse, come salvare il capezzolo, è del mio capezzolo che state parlando, del mio seno. Un pezzo di carne da lesso!

Se ne vanno alla scrivania con i fogli, le lastre, i loro appunti: “Si vesta pure.” Raccatto i miei vestiti dalla seggiola, mi rivesto impacciata, sembra un film dell’orrore; mi sento una pietra trasparente; vorrei sparire ed urlare contemporaneamente.

Si è seduto alla scrivania, gli vedo la nuca ingrigita, tutti gli altri gli stanno intorno nei loro camici bianchi, immobili. Il circolo polare artico.

“Bene, arrivederci.”

Sono davanti alla scrivania, le gambe larghe, i piedi inchiodati al pavimento come colonne di un tempio. Aspetto. I ghiacci polari si stanno agitando, qualcosa non sta andando come da copione; non accenno ad andarmene, lo sguardo sulla sua nuca.

I secondi passano… uno, due, tre quattro… gocce di piombo fuso.

“Dottore…” “Dica.” Sento la punta di feltro del suo pennarello che scorre sul foglio…

“Dottore, arrivederci era a me o al mio tumore?”

Per un attimo guarda la punta della penna… alza lentamente la testa, ha gli occhi chiari, rassicuranti; è un bell’uomo, nonostante l’età.

Gli punto gli occhi nel viso; carne da lesso, sì, ma questo lesso ha un cuore, una vita, aspirazioni, un orgoglio di femminilità ferita.

Non è uno stupido, ha capito. Si appoggia alla seggiola, accenna un sorriso: “Lei è ancora giovane, ha spirito; ce la faremo”.

Lisa Valiati

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