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Tributo all’Armonia

L’arte arazziera è piuttosto antica, tanto da far perdere le proprie tracce nel tempo, concedendosi con tanto rare quanto interessanti testimonianze di sé, qua e là nel mondo.

MINIATURAfirmaQuella a cui ci riferiamo in questa occasione è, però, a noi temporalmente più vicina: diciamo che è un’espressione di arte figurativa che esordisce con il Medioevo, per poi trovare piena affermazione con l’inizio del 1400, quando diventa strumento di tale abilità manuale da permettere agli artigiani di elaborare veri e propri paramenti monumentali, destinati non soltanto a decorare le vastissime sale che li avrebbero accolti, ma a renderle più confortevoli donando… calore oltre che colore! Calore grazie alle dimensioni – in genere importanti – che contribuivano a smorzare il rigore delle temperature invernali; colore, per l’unicità di tessuti istoriati che, realizzati con tecniche particolari, conferivano agli arazzi capacità raffigurative ben diverse e più pregnanti rispetto a quanto potevano fare stoffe, ricami, tappeti… La tecnica di lavorazione consisteva nel ricoprire i fili dell’ordito (fatto con materiali poveri) con quelli più preziosi scelti per la trama, così che lane pregiate o seta, ma talvolta anche filamenti in oro o argento, li avvolgessero ricoprendoli per formare le figure volute; e con questo sistema di alta manifattura, gli arazzi hanno raccontato di tutto, assecondando nel tempo i gusti e lo stile di vita della società che li generava.

Poterne ammirare uno rappresenta perciò non soltanto un momento di grande emozione per trovarsi davanti ad un… muro tessuto (ci sia ammesso il termine!), che toglie il fiato al pensiero dell’abilità che ha richiesto il realizzarlo. Sedersi a rimirare uno di questi “monumenti” significa anche da libero sfogo alla fantasia, tuffandosi nel mondo che raccontano: diventa un po’ come leggere un libro, immedesimandosi con la trama.

Se intorno a questo mondo aggiungiamo qualche elemento che rimane ammantato di mistero, allora le sensazioni si moltiplicano, e la mente si espande in un fiabesco immaginario che fa tornare bambini, circondati da vezzose principesse e prodi cavalieri. Quindi, non resta che dire le parole magiche…c’era una volta…

QUADRATO UNICORNOfirmaC’era una volta, un arazzo che lascia senza parole per la sua maestosità e per l’originalità di ciò che racconta: realizzato probabilmente sull’inizio del XVI secolo, con gusto tipicamente tardo gotico è ispirato dalla Natura, con la cui complicità narra fantastiche storie. Dallo sfondo blu cobalto del “Millefiori” (questo è il nome dell’arazzo) come d’incanto sbocciano varietà floreali che vanno a comporre un gioco policromo di pacata gaiezza bucolica: cardi, giaggioli, gigli, margherite, narcisi, nontiscordardimé, papaveri, primule e ancora rosa canina, viole e violette, in mezzo ai quali si animano l’airone ed il cane ed i conigli, la fagianella e il falco, senza tralasciare lepri ed un mitico unicorno che, nel mostrarsi inusualmente prostrato, farebbe pensare ad un gesto di amorevole sottomissione (forse!) ai voti coniugali. Ma è soltanto una delle tante supposizioni che velano la storia di questo capolavoro: a parlare in termini oggettivi, invece, restano le dimensioni importanti – 267×790 cm – e la composizione del panno con filati di lana e di seta di 25 diverse tonalità di colore composte in una mirabile fattura, silente testimone di antiche abilità manuali.

Più conosciuto come l’arazzo dell’Adorazione – perché è su questo prezioso manufatto che, nella Cattedrale di San Jacopo, il Venerdì Santo veniva adagiato il Crocifisso per essere adorato – il Millefiori inizia a comparire negli archivi della città di Pistoia dal 1661, come proprietà del Capitolo della Cattedrale, dove è rimasto fino alla primavera del 2013, quando ha preso forma il progetto promosso dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Pistoia e Pescia, grazie al quale oggi il prezioso panno è oggi ospitato – e di conseguenza valorizzato – in una delle più belle sale dell’Antico Palazzo Sinodale. Progetto ambizioso e di non facile realizzazione, è stato reso però possibile grazie alla cooperazione di Monsignor Fausto Tardelli (dal dicembre 2014 Vescovo di Pistoia), di Don Mario Leporatti, Don Romano Lotti e Don Luca Carlesi per il Capitolo della Cattedrale, oltre che da Cristina Masdea e Valerio Tesi (Soprintendenza belle arti e paesaggio) e dalla Fondazione CARIPT, alla quale spetta il merito (principalmente nelle persone dei suoi dirigenti) di essersi proposta per permettere che il Millefiori fosse visibile ad un pubblico il più possibile vasto, come una sorta di corridoio proteso sul futuro, a mantenere testimonianza di ciò che siamo.

PROSPETTIVAfirmaIl Millefiori è disposto a conclusione di un percorso espositivo museale, che per molteplici fattori è ritenuto di alto livello: prima di tutto per la suggestione del Palazzo Sinodale che ospita il museo; non da meno per le opere d’arte che contiene, e anche per l’originalità con la quale sono proposte al pubblico.

Pistoia è una città che si appresta a portare la corona di “Capitale italiana della cultura”, risultato probabilmente ottenuto grazie anche alla lungimiranza di persone che, amando la loro città, hanno scelto di porre al suo servizio i mezzi a loro disposizione, così da offrire non solo ai propri concittadini ma al mondo intero l’opportunità di restare appagati nel nutrire il proprio spirito con la bellezza di ciò che l’Uomo ha saputo fare.

Danda Delfino

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