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L’insostenibile pesantezza del like

Chiariamo subito che non abbiamo alcuna intenzione di far riferimento al meraviglioso libro di Milan Kundera, anche se – come a lui accadde con la sua letteratura – il “like” di cui parliamo sta condizionando una generazione. Trafughiamo solo un po’, qualche parola che sta bene per titolo.

Ma andiamo per gradi, e cominciamo il ragionamento con una semplice considerazione. Chi non gradisce un gesto di apprezzamento? Se siamo onesti, ammettiamo che – da che mondo è mondo – a tutti è sempre piaciuto sentirsi gratificati. Una lode porta soddisfazione, consolidando l’autostima e mettendo la persona nella condizione spirituale di crescere: è un ottimo incentivo, uno stimolo per andare avanti e diventare migliore. Tutti ne portiamo almeno nei ricordi, allo stesso modo in cui ricordiamo le incertezze. Man mano che diventiamo grandi alla compiacenza altrui subentra la maggiore sicurezza personale, ma un segno di adulazione ha sempre il suo peso.

Oggi per i giovani – e non solo per loro! – questo tipo di soddisfazione si manifesta a suon di “like”: evidenziato da molti insegnanti (sia della scuola dell’obbligo, sia quelli di attività ricreative extra scolastiche), il fenomeno è considerato ormai una realtà consolidata. Quando l’insegnante rivolge loro un complimento, questo viene considerato di scarso valore se non confermato attraverso una formula social: WhatsApp può andare bene, ma di sicuro Facebook è il mezzo più gradito perché un numero maggiore di coetanei può vederlo, commentare e soprattutto suggellare attraverso il “like” il virtuosismo. È a tutti gli effetti di riconoscimento, ambìto per l’uno, dovuto per l’altro.

Invece di socializzare all’aria aperta, i ragazzi preferiscono compiacere il proprio ego con i nuovi strumenti di comunicazione. Piaccia o no è così, e non occorre neppure attivare troppo le sinapsi nel cercarne spiegazione: sono troppi i motivi che provocano questi affiatamenti virtuali, che resta proprio difficile contenere e correggere. La scuola è il più delle volte una scatola vuota, e quando funziona è solo grazie alla buona volontà di alcuni docenti e dirigenti scolastici. Meglio va a chi può frequentare una attività attraverso la quale coltivare i suoi interessi: si tratti di musica o sport, o arte o qualunque altra cosa, il tempo trascorso offre il vantaggio di farli stare per qualche ora lontani dai device.

Quanto ai genitori – visto che non occorre una licenza per diventarlo – si sta alla sorte: possono toccarne di troppo esigenti come tristemente di indolenti, con tutte le varietà attitudinali che ci stanno in mezzo. Certo è che, soprattutto nei grandi centri urbani, è più prudente lasciare i ragazzi davanti al computer che mandarli a parco a giocare senza chiedersi… do you like?

Alessandra Chirimischi

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