Comunicare

Ricciardetto, ovvero il piacere della competenza

La comunicazione è buona quando è efficace, vale a dire quando riesce a farsi comprendere, a prescindere che si tratti di comunicazione melliflua o seria. In quest’ultimo a utilizzarla è chi non improvvisa, chi dà rispetto sia dell’uditorio cui si rivolge, sia della persona che la incarna, pretendendo di sapere ciò che dice. Il rispetto ne è un valore distintivo, che si origina da un senso di pudore, una forma mentis da manifestare a voce chiara e forte, incisiva e priva di quella demagogia che è invece propria della comunicazione al negativo tipica degli incantatori di serpenti, dai quali purtroppo la massa si fa spesso imbonire attribuendo loro qualità che non hanno. Ciò indurrebbe a considerare anche i serpenti bravi comunicatori, ma raramente lo sono: dispongono, piuttosto, delle risorse per compensare chi della loro comunicazione si occupa, trasformando parole vacue in fluide melodie per incantare gli animi, attirandoli fra le spire del loro volere.

La comunicazione che a noi piace è invece quella a più ampio spettro, che riesce a coinvolgere le persone per il solo piacere di indurle a essere più libere, stimolandone la potenzialità di pensiero. Le aiuta a crescere, non le irretisce. Consapevoli che questo genere di comunicazione è un bene in via di estinzione, ma non per questo consenzienti nel contribuire a stabilirne la definitiva scomparsa – anzi! – apprezziamo con particolare entusiasmo ogni manifestazione in cui questa vivacità sia espressa, e con piacere la riproponiamo.

Galeotto fu… il libro (chi altri!), nello specifico “Il Ricciardetto”, un’opera di 30 canti in ottave e raccolti in quattro volumi che, completi, contano oltre 1000 pagine. Scritto tra il 1716 e il 1725 dal nobile prelato Niccolò Forteguerri, il poema narra le vicende di Ricciardetto e Despina, coinvolti in avventure talvolta grottesche insieme a cavalieri già noti ai cicli carolingi. Un libro che odora di compito a scuola e che, volendo essere sinceri, al solo pensiero di leggerlo può farci venir la febbre: tutto quel malloppo di carta… per di più in versetti… è roba da matti! Però… se a un certo punto scatta la curiosità di voler prendere in mano quei volumi, per capire cosa combinava Ricciardetto e le circostanze in cui l’opera fu concepita, vuol dire che c’è stato qualcosa a fare la differenza. Ma cosa? Ovviamente è sempre lei, la comunicazione!

Una comunicazione di alto livello, ispirata dalla competenza di chi quell’opera l’ha presentata (in questo caso Giovanni Capecchi, professore associato di letteratura italiana presso l’Università per stranieri di Perugia), utilizzando il modo e le parole più appropriati a coinvolgere il pubblico che lo ascoltava: una platea variegata, cui non servivano tecnicismi ma di un momento si svago – o di sogno, se vogliamo – perché accorsa in un luogo magico, a sentir parlare della propria storia. Le parole usate da Giovanni Capecchi per illustrare il Ricciardetto sono state semplici, coinvolgenti, empatiche, a sottolineare che l’immediatezza del linguaggio (quando è conseguente alla padronanza di un argomento) rappresenta sempre la scelta migliore: le complicazioni se le va a cercare chi ha ben poco da dire, per mascherare la propria incompetenza dietro ai paroloni.

Quindi, gente, apriamo gli occhi, apriamo le menti, e diventiamo paladini del nostro futuro, evitando di farci imbrogliare da chi vuol vendere fumo per… Ar(i)osto (o giù di lì)!

Alessandra Chirimischi

VAI ALL’ARTICOLO PRINCIPALE

POTREBBERO INTERESSARTI

 

You must be logged in to post a comment.