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Com’è profondo il mare

Il titolo è lo stesso di una famosa e meravigliosa (quale delle sue non lo è!) canzone di Lucio Dalla, probabilmente perché figlio di una stessa ispirazione. O, almeno, così immagina Nicolò Carnimeo, autore di Com’è profondo il mare, quel mare è da sempre vita, occasione di incontro fra creature diverse che si scrutano, si studiano, si accettano.

La cernia è lunga più di un metro e peserà trenta chili. Si avvicina, lenta, decisa. Faccio come mi hanno insegnato per i cani randagi: rimango fermo. Immobile. Lei non indietreggia, si ferma solo a dieci centimetri dalla maschera, sembra mi stia guardando negli occhi per capire chi sono, chi è quell’intruso che ha invaso il suo territorio senza chiedere permesso. Le faccio paura? Neanche un po’.” E perché dovrebbe aver paura? Probabilmente non ha mai incontrato prima un sub: “All’improvviso si ferma a fissarmi e io scorgo una luce nei suoi occhi neri e profondi. Vorrei allungare la mano e accarezzarla.” Questa è l’essenza del nostro Mediterraneo, da sempre crocevia di uomini e civiltà, culla di culture che dal mare hanno tratto la vita.

Un mare che amiamo e che abbiamo fatto ammalare, di una malattia che Nicolò Carnimeo racconta con la precisione di chi ha studiato attentamente il problema, lo ha compreso e per questo ha la capacità di divulgare con chiarezza la preoccupazione per il mare e per noi, se non corriamo presto ai ripari. Basterebbe poco, un po’ di attenzione, rispetto per la Natura di cui siamo parte, pur ostinandoci arrogantemente a considerarci padroni.

Il Mediterraneo è forse più in pericolo di altri mari, ma l’allarme è senza confini: “Non c’è angolo del globo che sia immune a questa pestilenza, nemmeno quelli più lontani e sperduti. La plastica, meglio di internet, rappresenta il più importante fenomeno della globalizzazione”. Quella plastica di cui l’autore testimonia dopo essere stato a bordo di Expédition Med, con Bruno Dumontet e la sua spedizione scientifica nel Mare Nostrum; dopo aver partecipato alle ricerche di Charles Moore sul Great Pacific Garbage Patch – in cui si è immerso per vedere coi suoi occhi l’immondizia galleggiante –; dopo aver incontrato Curtis Ebbesmeyer, l’uomo che ha studiato le rotte di scarpe sportive spiaggiate sulle coste di Oregon, Washington e British Columbia, e scie di paperelle da bagno, che ha inseguito dal Pacifico fin oltre lo stretto di Bering (vedi scheda libro).

La plastica non è, purtroppo, il solo veleno del mare. Altri, non meno pericolosi, si annidano nei fondali dove sono “nascosti” residuati bellici e scorie di vario genere, e il libro lo espone senza compromessi, lasciando però socchiusa la porta dell’ottimismo: l’amore di Carnimeo per il mare lo fa essere propositivo nel porgere la via d’uscita, rivolgendosi prima di tutto alle persone di buona volontà. In effetti, è affidata a ciascuno la responsabilità di azioni che dimostrino al mare quanto lo amiamo. Tocca a noi.

Alessandra Chirimischi

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