Storie

In principio era… la mano

O, forse, sarebbe più appropriato dire la zampa? Quella che gli antenati di noi umani avevano, al pari di molti primati, per starsene appesi ai rami degli alberi, cacciare o compiere chissà quali e tante altre azioni “animalesche”. Così è stato fin quando qualche ominide decise di mettersi su due zampe, destinando le altre due ad altre funzioni: quelle che, oggi, fanno distinguere l’uomo da altri primati.

La mano: una parte del corpo che parla pur non avendo la voce perché un solo gesto, come si suol dire, vale spesso più di mille parole, raccontando l’animo umano come meglio non si potrebbe fare. Mani che lavorano. Mani che accarezzano. Mani che suonano. Mani che dipingono. Mani che stringendo altre mani suggellano un patto. Mani che sanno anche ascoltare e guardare il mondo: chi non ha occhi vede attraverso di loro, toccando volti e oggetti ai quali, così, può dare una forma. La mano è vera e propria magia. E la storia ne è testimone.

1CUEVALa Patagonia è una vastissima area geografica che occupa la parte più meridionale del Sudamerica: terra affascinante per la sua natura, variegatamente stimolante. Sul suo “lato argentino” della Patagonia, esattamente nella provincia di Santa Cruz, si apre all’umana curiosità un sito archeologico veramente unico, dove accanto a più o meno consuete scene rupestri – come si possono trovare in altri luoghi del mondo – una caverna conserva le impronte delle mani lasciate dagli uomini circa 10.000 anni fa: la caverna delle mani (Cueva de las Manos in lingua spagnola, dichiarata da UNESCO “Patrimonio dell’umanità” nel 1999) è un luogo veramente particolare, testimonianza che l’uomo preistorico ha lasciato del suo primordiale amore per la mano. In una sorta di rituale (forse!), l’ha riprodotta con una tecnica originale, imprimendola sulla roccia sia al negativo sia al positivo (vale a dire appoggiando la mano sulla parete della grotta per poi cospargerla di inchiostri naturali, oppure colorando il palmo per poi accostarlo lasciando il segno della mano).

2 LEONARDOMa abbiamo testimonianze ben più recenti e ampiamente documentate, lasciate a noi da due grandi uomini più o meno coetanei non tanto (o non soltanto) come età anagrafica – fra loro corrono poco più di 20 anni – bensì come cultura, rappresentando entrambi quel nuovo modo di concepire l’uomo rappresentato dal Rinascimento. Leonardo da Vinci (nato nel 1452) e Michelangelo Buonarroti (nato nel 1475) si sono dedicati a studi approfonditi dell’anatomia umana, nei quali la mano assume un ruolo rilevante, sempre elevata nel suo nobile lignaggio di strumento con il quale l’uomo “fa”, realizza: perché se è con la testa che crea e con il cuore che perfeziona, è con le mani che infonde la vita ai suoi pensieri. È con questo prezioso strumento anatomico – enormemente evoluto rispetto all’abbozzo rudimentale di cui si serviva l’ominide – che l’uomo diventa veramente tale. La bellezza si è raffinata, e la mano ha seguito la concezione del bello, divenendone il mezzo attraverso il quale si realizza: pensiamo alla perfezione dei disegni leonardeschi, in cui la mano è una grande protagonista.

3 MICHELANGELOE pensiamo alla vitalità che Michelangelo ha trasfuso nella creazione, in Adamo che si genera dallo sfiorarsi fra le dita del Divino con le sue, un gesto allo stesso tempo semplice e solenne, in cui la mano è la protagonista per mezzo della quale si celebra la Vita. Per mezzo del suo tocco, il divino anima la creatura dalla quale affida il compito di popolare la terra secondo il patto con il Creatore di tutte le creature. Attraverso il passaggio vitale dalla mano destra del Dio, ad Adamo.

Restando in tema di mano che generano (e ri-generano), è doveroso ricordare quelle disegnate da Maurits Cornelis Escher (nato nel 1898), incisore geniale sia per la tecnica ed ancor più per la creatività che lo ha contraddistinto. 4 ESCHERLe sue opere rappresentano un continuo divenire, una speranza perché dove sembra esserci la fine questa diviene invece un nuovo inizio, una rinascita incessante di cicli vitali. Ed è in questa prospettiva va letta anche la sua visione delle mani, eloquente in “Mani che disegnano”… se stesse. Opera datata 1948, è una celebrazione di quanto dicevamo all’inizio di questa “panegirica manesca”, un’opera in cui la mano è posta al centro dell’essere (umano) da cui deriva. Genera ed è allo stesso tempo generata: un invito, secondo il nostro punto di vista, a voler guardare “oltre” la semplice apparenza. C’è sempre qualcosa di interessante da scoprire.

Quella che abbiamo offerto è soltanto una veloce (e peraltro incompleta, sia chiaro!) carrellata sulla lunga storia del rapporto fra uomo e mano: una storia non poi così scontata (perché scontato è il fatto di averle e di come possiamo usarle), che potrebbe essere ancor più dettagliata per quanto riguarda il passato (l’arte e la letteratura ne abbonano), e che è destinata a divenire ancor più consistente nel futuro. A cominciare dal futuro… in corso!

Danda Delfino

 

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