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Se il Destino ci mette lo zampino

Si può chiamare in tanti modi, ma il principio non cambia. Che lo si definisca destino, caso, fatalità, ventura… sempre si tratta di un evento preordinato da qualcuno che, talvolta, par proprio avere uno strano senso dell’umorismo. Il fatto che stiamo per considerare, nel suo incidentale verificarsi lo dimostra: è allo stesso tempo ventura per qualcuno, sventura per qualcun altro.

Era la notte fra l’8 e il 9 luglio 1918 quando una logica perversa volle indissolubilmente legare la vita di due ragazzi: a uno la tolse, all’altro la fece salva, ma lasciandola inesorabilmente segnata dall’accaduto. Il Destino decise in quel momento di essere benevolo con uno dei due giovani, e anche con l’intera umanità che ancora oggi, forse anche per conseguenza di quanto accadde quella notte, può leggere le pagine appassionate di Ernest Hemingway.

Un colpo di mortaio partito dalle linee austriache dilaniò il corpo di un giovane sconosciuto che si trovava davanti a Hemingway, e gli fece da scudo: Ernest rimase ferito gravemente, e trascorse i sei mesi successivi all’ospedale di Milano. Ferite dolorose, da cui fisicamente si riprese ma che emotivamente erano destinate a lasciare un segno nella vita dello scrittore. Il ricordo di un giovane soldato di cui non conosceva il nome, e che pur involontariamente lo protesse dallo scoppio di quel mortaio.

Da quella vita spezzata nacquero alcuni scritti meravigliosi, di cui Addio alle armi è il più famoso: ci troviamo un giovanissimo Ernest, autista volontario di ambulanze in Italia durante la Prima Guerra Mondiale della quale vede e vive il dolore di tanti soldati, il suo, dello sconosciuto il cui corpo gli ha fatto salva la vita, e che cerca senza successo di soccorrere. Un gesto che gli fu riconosciuto con la medaglia d’argento al valore dal Regno d’Italia, con la Croce di Guerra dal presidente americano Thomas Wilson. Un eroe che non avrebbe voluto essere. Sull’animo tormentato di Ernest ha sempre pesato il ricordo di quel giovane soldato di cui non conosceva il nome, ma al quale doveva la Vita.

A distanza di tanti anni, quel soldato oggi un nome lo ha: Fedele Temperini, un giovane toscano di Montalcino il cui sacrificio, per quanto involontario, ha consegnato alla storia un genio. A riconoscere Fedele è stato lo storico e biografo James McGrath Morris, che per anni ha lavorato nella ricostruzione dei fatti legati all’esperienza bellica italiana del futuro Nobel della letteratura. Possiamo adesso immaginare cosa avrebbe fatto se il Destino non fosse stato così cinico, e gli avesse permesso di tornare alla sua terra di Montalcino: magari avrebbe potuto coltivare l’uva e dare il nome a un suo vino… ci è permesso, però soltanto rivolgergli un sentito grazie. A lui come ai tanti ragazzi del ’99 rimasti sulle rive del Piave, o sui monti, durante la Prima Guerra Mondiale, e ai quali l’umanità intera deve molto. Anche se sembra proprio averlo dimenticato.

Alessandra Chirimischi

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(la foto di copertina è presa da “il Torinese” quotidiano on line di informazione, società, cultura)

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